Il Presidente della Repubblica

Il PRESIDENTE della REPUBBLICA

Sesto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum il 4 dicembre prossimo ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Restiamo nella Parte II “Ordinamento della Repubblica”, passando però al Titolo II “Il Presidente della Repubblica”, che inizia con l’articolo 83 [vedi Parte II Ordinamento della Repubblica Titolo II (Artt. 83-91)].

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 21 e 22 ottobre 1947, insieme a gran parte degli altri articoli relativi al “Capo dello Stato”; la discussione principale si svolse quando si dovette decidere – entro i limiti del sistema della repubblica parlamentare – le modalità di elezione del Presidente; tema tra i più delicati fra quelli che si presentano nella politica costituzionale. Il problema che si posero i Costituenti fu il seguente: “la nomina per opera del parlamento fa incorrere nell’inconveniente di rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione e quindi di compromettere l’efficienza dell’opera a lui affidata del controllo sulle camere che presuppone appunto la sua indipendenza [cfr. C.Mortati”Istituzioni di Diritto Pubblico”, Vol. I, CEDAM 1975, pag. 526]. La soluzione studiata, discussa ed elaborata fu quella di proporre 2 correttivi: “costituiti, il primo, dalla richiesta di una maggioranza speciale, così da allargare la base elettorale ed emancipare quanto più possibile il presidente da una piattaforma di partito; il secondo, dall’integrazione del parlamento con elementi estranei“[cfr. ibidem].Infine, in occasione della redazione di tale articolo venne pure prospettata l’opportunità di prevedere anche il caso di mancato raggiungimento della maggioranza assoluta “si ritenne tuttavia più opportuno lasciare non regolata tale eventualità, nell’opinione che non fosse conveniente far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa“[cfr. ivi, pag. 527].

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare che la precedente Legge di Revisione del 18.11.2005 e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, anch’essa di questo aspetto, stabilendo, con l’art. 22, che “dopo il III scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei componenti. Dopo il V scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti“.

L’articolo 21 della Legge di Revisione vuole di nuovo modificare, in parte, l’art. 83. Così.

Art. 21.
(Modifiche all’articolo 83 della Costituzione in materia di delegati regionali e di quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica)

1. All’articolo 83 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il secondo comma e’ abrogato;
b) al terzo comma, il secondo periodo e’ sostituito dai seguenti: «Dal quarto scrutinio e’ sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio e’ sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti ».

La prima cosa da osservare è una certa similitudine con la precedente legge di revisione  per quello che concerne il quorum.

Tuttavia, la legge del 2005: manteneva la partecipazione dei delegati regionali (e, pur con una selezione differente, confermava il principio costituente che fosse “assicurata la rappresentanza delle minoranze” contenuto nel II comma); soprattutto, lasciava inalterato il principio fondamentale della maggioranza assoluta.

Questa legge di revisione è invece, sul punto, anche peggiore, rispetto ai correttivi indicati in Assemblea Costituente, azzerandoli.

A) La partecipazione dei delegati regionali viene abrogata (con l’abrogazione di cui al II comma), ovvero, con essa, “l’integrazione del parlamento con elementi estranei“; eliminando così uno dei due correttivi posti in Costituzione per scongiurare “l’inconveniente di rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione”. Si potrebbe obiettare che la partecipazione dei delegati regionali sarebbe ora assorbita dalla “natura” del nuovo Senato, scambiando però il mezzo (la partecipazione) con il fine, che è quello sopra citato (l’integrazione con elementi estranei). Non senza osservare inoltre che, comunque ed in ogni caso, non sarebbe più  “assicurata la rappresentanza delle minoranze“, che, financo la legge di revisione del 2005 aveva ritenuto intangibile, pur in presenza di una massiccia dose, come noto, di Senato “federale”.

B) Cade, soprattutto, il principio che l’elezione del Presidente della Repubblica debba avvenire (almeno) con maggioranza assoluta, al fine di “allargare la base elettorale ed emancipare quanto più possibile il presidente da una piattaforma di partito”. Per gli odierni revisionisti, l’elezione può (non più deve) avvenire con maggioranza assoluta, non ritenendo, evidentemente e inversamente dall’opinione dei costituenti,  “in/conveniente far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa” e, aggiungiamo, non ritenendo opportuno determinare, a priori, il numero minimo di voti sufficienti per la sua elezione. La maggioranza dei 3/5 dei votanti, da un lato, conduce ad un dato “aperto”, essendo agganciata ad una incognita (i votanti) e significa, per assurdo, che potrebbero bastare anche solo 221 voti (60% di 316+51, ma alla Camera gli astenuti riducono il quorum); dall’altro, riduce l’elezione del Presidente della Repubblica ancor meno che a quella dell’amministratore del condominio (cfr. art. 1136, 2°co., c.c.“con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio”), essendo in tal caso preservato il quorum maggioritario della “metà del valore dell’edificio”!

E’ palese che i revisionisti  stiano andando nel senso esattamente inverso a quello indicato dall’Assemblea Costituente e sopra autorevolmente riprodotto e rappresentato [il Professore Costantino Mortati non fu solo l’autore del testo pluricitato sul quale la totalità dei studenti di giurisprudenza si è formato negli anni ’70, ma anche uno dei componenti della Commissione dei 75 ( cfr. Costituzione, come nacque)].

Dunque, i revisionisti – che sembrano avere in odio i Professori – ritengono probabilmente conveniente: “far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa” e “rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione“.

Non sfugge certo a costoro (qualcuno che avrà studiato Mortati ci sarà … ) che così si rischia “di compromettere l’efficienza dell’opera a lui affidata del controllo sulle camere che presuppone appunto la sua indipendenza“, ma, verosimilmente, la perdita di legittimità ed autorevolezza della più alta carica dello Stato non rientra tra le cose che essi hanno a cuore, se la sua elezione può avvenire con quorum inferiore a quello necessario per la elezione del Vostro amministratore di condominio.

Un altro “passo avanti” nella corsa al cambiamento o un passo indietro sul terreno della democrazia?

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