Stato-Regione; Sentenza n. 251/2016. La c.d.”riforma Madia” viola il principio di leale collaborazione con le Regioni.

IL DITO E LA LUNA

Se votiamo sì non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi l’innovazione di tutto il Paese”, dicono i revisionisti.

Confondendo così il dito con la Luna; non è la Regione Veneto, col ricorso notificato il 12 ottobre 2015 e depositato il successivo 19 ottobre, che ti ha bloccato, sei Tu che non hai scritto bene la legge, non rispettando ed osservando la Costituzione vigente e meritandoti pertanto l’applicazione più severa: la Tua norma viene bannata dall’ordinamento e, a differenza di internet, avrà diritto all’oblio, perché è come se non fosse mai esistita.

Cosa dichiara, il dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 circa la c.d. “riforma Madia”? L’illegittimità costituzionale dei seguenti articoli della legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche):

  1.  art. 11, comma 1, lettere a), b), numero 2), c), numeri 1) e 2), e), f), g), h), i), l), m), n), o), p) e q), e comma 2;
  2. art. 17, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f), l), m), o), q), r), s) e t);
  3. art. 18, lettere a), b), c), e), i), l) e m), numeri da 1) a 7);
  4. art. 19, lettere b), c), d), g), h), l), m), n), o), p), s), t) e u);

nelle parti in cui – ciascuna di queste 47 disposizioni – in combinato disposto con l’art. 16, commi 1 e 4, della medesima legge, prevedono che il Governo adotti i relativi decreti legislativi attuativi previo parere, anziché previa intesa, in sede di Conferenza unificata.

E’ appena il caso di rammentare quanto rilevato nel precedente articolo [ La Corte Costituzionale]: “L’introduzione in Italia di un istituto come la Corte Costituzionale, estraneo alla tradizione del paese, è apparsa al costituente necessaria in conseguenza di due delle principali innovazioni apportate al vecchio ordinamento: l’eliminazione della costituzione flessibile e la creazione dell’ordinamento regionale, con la correlativa ripartizione di competenze fra questo e quello dello stato“, (cfr. C. Mortati “Istituzioni di Diritto Pubblico” CEDAM, 1976, pag.1367)

La Corte Costituzionale è stata pertanto istituita, anche e soprattutto, per svolgere quel sindaco di legittimità che ha condotto alla sentenza dei giorni scorsi.

Per la cronaca, la Corte ha rilevato l’anzidetta illegittimità costituzionale in riferimento agli artt.  117, 2°, 3° e 4° comma; 118; 119 della Costituzione; nonché al principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 della Costituzione.

Di fronte ad una sanzione così pesante e proveniente da una fonte così autorevole, chiunque di Noi avrebbe un momento di umile riflessione: visto che si straparla sempre del “merito” [un legislatore che non sa fare una norma costituzionalmente legittima: di questo stiamo parlando].

Invece, il protervo legislatore cosa fa? Rilancia.

Non dice che è Lui che ha sbagliato a scrivere la norma inferiore, ma che è sbagliata la norma superiore, in base alla quale è stato sindacato.

Come se a me mi arrestassero perché vado a 220 km/h per strada, ma, siccome sono furbetto, che faccio: cambio la legge, ca va sans dire (ovvero: clausola di supremazia statale e redistribuzione delle competenze, nuovo art. 117 della Costituzione: ne parleremo nel prossimo articolo), che è ciò che i revisionisti vogliono fare…

Ma non finisce qui; e, il Vigile che mi ha arrestato, che fine farà? Lo cambiamo, che te lo dico a fare (ovvero: revisiono le modalità di elezione di 5 su 15 membri della Corte Costituzionale, passando dalla nomina parlamentare in seduta comune al frazionamento della elezione di 3 membri per la Camera e 2 per il Senato), che è ciò che i revisionisti vorrebero fare…

Ma non finisce neppure qui; affinché l’opera sia completa, bisogna anche demonizzarla la Corte, sostenendo POPULISTICAMENTE che la sua Sentenza favorisce i “furbetti del cartellino“.

Questi sono proprio ……. e pensano che siamo deficienti!

A Noi piace invece pensare i nostri lettori intelligenti e che vogliono pensare da sé, sulla base dei fatti; e i fatti sono questi.

Abbiamo appena rilevato come la sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale di ben 47 disposizioni della Legge di delegazione del 7 agosto 2015, n. 124, e, precisamente:

  • l’art. 11, nella parte riguardante la delega al Governo all’adozione di uno o più decreti legislativi in materia di dirigenza pubblica;
  • l’art. 16, nella parte in cui prevede l’elaborazione di distinti testi unici diretti alla semplificazione nei settori del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, nonché dei servizi pubblici di interesse economico generale;
  • l’art. 17, nella parte riguardante la delega al Governo per il riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 18, nella parte riguardante la delega al Governo ad operare un riordino della disciplina delle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 19, nella parte riguardante la delega legislativa al Governo per il riordino della disciplina dei servizi pubblici locali d’interesse economico generale.

Questi sono i temi oggetto delle norme dichiarate illegittime, ma il problema non è nel merito quanto nel metodo, ovvero nelle competenze; la Corte osserva infatti in un passo, (punto 4.2.1) relativo all’art. 11 ma efficace anche per le altre disposizioni, come sia “dunque palese il concorso di competenze, inestricabilmente connesse, nessuna delle quali si rivela prevalente, ma ciascuna delle quali concorre alla realizzazione dell’ampio disegno di riforma della dirigenza pubblica. Pertanto, non è costituzionalmente illegittimo l’intervento del legislatore statale, se necessario a garantire l’esigenza di unitarietà sottesa alla riforma. Tuttavia, esso deve muoversi nel rispetto del principio di leale collaborazione, indispensabile anche in questo caso a guidare i rapporti tra lo Stato e il sistema delle autonomie (ex plurimis, sentenze n. 26 e n. 1 del 2016, n. 140 del 2015, n. 44 del 2014, n. 237 del 2009, n. 168 e n. 50 del 2008). Poiché le disposizioni impugnate toccano sfere di competenza esclusivamente statali e regionali, il luogo idoneo di espressione della leale collaborazione deve essere individuato nella Conferenza Stato-Regioni” [chi vuole avere l’intera sentenza, mi scriva per mail e gliela spedisco].

La “riforma Madia” è stata dichiarata non conforme alla Carta costituzionale perché espropria delle proprie competenze le Regioni, nel processo di privatizzazione e liquidazione del pubblico, scopo della stessa “riforma”.

La Corte Costituzionale non è entrata nel merito della “riforma”, giudicando incostituzionale la svendita di servizi e stato sociale (di ciò si tratta, piuttosto che del drappo agitato populisticamente  dei “furbetti del cartellino”).

Bensì nel metodo della “riforma”, bacchettando il Governo in quanto è ancora vigente la Costituzione del 1948 (che prescrive il rispetto del principio di leale collaborazione con le Regioni), non ancora le prescrizioni J.P.Morgan del 2013 (che indicava nei “governi centrali deboli nei confronti delle regioni” uno dei limiti per lo sviluppo delle loro politiche liberiste e di austerità) [cfr. Il Bicameralismo (3)].

Concludiamo, riportandoci alle fonti che amiamo, e già citate nel precedente articolo; qui è l’Onorevole Fabbri in Assemblea Costituente, che interviene nel dibattito sulla natura della Corte Costituzionale: “Ora, se noi partiamo dal concetto che questo giudice debba essere una rifrazione immediata del Parlamento, un portatore di ideologie di maggioranze occasionali, evidentemente ci avvolgiamo in un giro vizioso, perché tendiamo a dare a questo organo un carattere di riproduzione del Parlamento, che esso non deve avere per definizione, altrimenti cesserebbe di essere un giudice degli atti del Parlamento e degli atti delle Regioni, che contengano eventualmente una violazione delle leggi costituzionali“.

Ancora, a fattori invertiti, proprio come nella vecchia, ma bellissima, canzone di Fabrizio De Andrè, “Sogno Numero Due” [cfr. L’imbroglio] Ascolta:
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:

prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

(Avv. Stefano Stefàno)

 

© Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO dell’AUTORE

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...