Sul rapporto Trattati UE – COSTITUZIONE. Sentenza n. 238/2014. I“controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea.

TRATTATI UE e COSTITUZIONE. Una sentenza di cui NON sentirete mai parlare. 

Prima di affrontare il “cuore” del problema, che inchioda costituzionalmente lo Stato ad assicurare “l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio” (c.d. pareggio di bilancio) e lo costringe solo in via straordinaria a fare “ricorso all’indebitamento”, vediamo più da vicino il rapporto tra i Trattati dell’Unione Europea e la Costituzione.

Visto che siamo entrati nella settimana che culminerà con le celebrazioni del Trattato di Roma del 1957 – che istituì la CEE-Comunità Economica Europea e l’EURATOM  (prossimo articolo) – ma, soprattutto, poiché quella norma revisionata trae origine da un Trattato della UE-Unione Europea.

All’inizio del 2012, infatti, il Consiglio europeo, non all’unanimità, approvò il nuovo patto di bilancio, anche detto “fiscal compact”, ma più precisamente definito come Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria; è bene precisare come questo Trattato non sia mai stato approvato dal Parlamento europeo; il Trattato è entrato formalmente in vigore l’ 1.1.2013 ed ogni Stato ha avuto un anno di tempo per inserire il principio che impone il pareggio di bilancio nella propria legislazione; gli Stati che hanno introdotto tale regola possono ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Questa premessa era doverosa per studiare l’argomento che è all’ordine della settimana; al di fuori della scienza giuridica, infatti, la vulgata tradizionale afferma ormai da tempo come i Trattati europei siano superiori alla Costituzione, riscrivendo così una inedita gerarchia delle fonti normative.

Non è così, non è mai stato così e, soprattutto, non sarà mai così (fintanto almeno che la Nostra Costituzione conserverà il cardine della RIGIDITÀ’).

La prova risiede già nel fatto che, se i Trattati UE, da cui si origina anche l’imposizione del pareggio di bilancio, fossero veramente prevalenti sulla Costituzione, sarebbe stato superfluo e non necessario affannarsi (nel senso di precipitarsi) ad inserire in Costituzione il pareggio di bilancio con il nuovo articolo 81 [cfr. L’art.81: il c.d.”pareggio di bilancio” (2)]; in termini di logica, prima ancora che di diritto: se una norma è contenuta in una legge superiore, non necessita di essere riprodotta in una legge di rango inferiore, poiché questa non potrà mai derogare a quella, semmai il contrario.

Qualora, tuttavia, tale deduzione fosse ritenuta una mera speculazione teorica, il conforto ad essa potrà pervenire dalla fonte più autorevole in materia, la Corte Costituzionale.

Le pronunce della Corte sul punto sono chiare ed inequivocabili; ne riportiamo solo due.

Sentenza n. 48 del 18.6.1979 della Corte Costituzionale: “Occorre comunque affermare, più in generale per quanto attiene alle norme di diritto internazionale riconosciute che venissero ad esistenza dopo l’entrata in vigore della Costituzione, che il meccanismo di adeguamento automatico previsto dall’art. 10 Cost. non potrà in alcun modo consentire la violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, operando in un sistema costituzionale che ha i suoi cardini nella sovranità popolare e nella rigidità della Costituzione (punto 3. del Considerato in diritto)

Se pensassimo che le pronuncia menzionata sia troppo antica, la Corte Costituzionale (composta anche dai signori Sergio MATTARELLA e Giuliano AMATO) con la sentenza n. 238 del 22.10.2014 ha ribadito ulteriormente il principio: “3.2.– Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, I° comma, della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “CONTROLIMITI” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato. Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale“.

Stop. Fine della discussione, seria, sulla questione, incontrovertibile, della supremazia della Costituzione su qualsiasi norma internazionale, ivi comprese quelle della UE.

La questione allora è un’altra ed involge un altro piano: quello politico.

E’evidente che questa supremazia normativa non si traduce concretamente nella realtà di tutti i giorni, come sarebbe legittimo che sia; passando dal piano del diritto a quello della politica infatti le cose cambiano, perché cambiano i rapporti di forza tra la Costituzione ed i Trattati UE, meglio, tra i valori, le idee e i principi che informano l’una e gli altri.

Se la Costituzione è imperniata sul lavoro ed i lavoratori, mentre i Trattati UE si basano sul mercato ed i mercanti, il conflitto è nella realtà delle cose e la direzione è quella dell’attacco di questi ultimi verso la Costituzione, ovvero del più forte verso il più debole, per affermare definitivamente il proprio dominio.

Perché altrimenti, periodicamente, la Corte Costituzionale – come visto – si vede costretta a difendere le prerogative della Costituzione? perché altrimenti la Costituzione viene aggredita sistematicamente nella sua dis/applicazione (soprattutto, per quel che riguarda i Rapporti Economici del Titolo III della Parte I)? perché altrimenti, solo qualche mese fa, si è cercato di revisionare la Costituzione, svuotandola dei suoi contenuti per conformarla alle necessità imposte dai rapporti economici e politici prevalenti?

Vista da questa ottica, l’aver avuto la capacità di arrestare l’avanzata neo-liberista (tipo Stalingrado) e di evitare la “quadratura del cerchio” istituzionale costituisce il merito più rilevante della vittoria referendaria del 4 dicembre; ma il conflitto tra Costituzione e Trattati UE non è risolto con quel voto, ma da quel voto potrebbe ripartire per invertire la tendenza ed il primo passo sarà l’abolizione del pareggio di bilancio e l’attuazione della Costituzione.

 

Un’ ultima nota, prima di chiudere; se la supremazia giuridica della Costituzione è evidente, se la supremazia politica compete, per ora, ai Trattati UE [questo è il conflitto], allora il “CE LO CHIEDE L’EUROPA” è solo un luogo comune, falso: la traduzione di norme della UE nel nostro ordinamento non è un atto necessitato imposto dall’esterno (in forza del diritto) bensì una precisa scelta discrezionale del legislatore italiano (in virtù della politica), che così operando certifica solo la propria conformità ai valori, le idee e i principi che informano i Trattati dell’Unione Europea, in contrasto con la Nostra Costituzione.

(Avv. Stefano Stefàno)

 

© Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO dell’AUTORE

 

 

 

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