Convivenza di fatto e assegno divorzile (2)

Questo articolo continua il precedente intervento e  tratterà il secondo principio giurisprudenziale ivi indicato (ex Cassazione n. 17195/2011).

Il tema è quello dell’ assegno divorzile, laddove il coniuge richiedente abbia instaurato una convivenza di fatto.

Negli ultimi anni, l’orientamento delineatosi in giurisprudenza si fonda su due principi elaborati dalla Suprema Corte.

Il primo principio è richiamato, da ultimo, dalla pronuncia della Cassazione n. 19345/2016, che riconosce alla formazione della “famiglia di fatto” la tutela costituzionale ex art. 2 Costituzione, in quanto “formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo”.

Il secondo principio è stato introdotto dalla pronuncia della Cassazione n. 17195/2011, laddove stabilisce che “l’instaurazione di una famiglia di fatto rescinde ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase della convivenza matrimoniale”.

Attualmente e sulla base di questi due principi, la sussistenza dello status di “famiglia di fatto”, in capo al coniuge richiedente, preclude la riconoscibilità del diritto all’assegno divorzile.

Nell’ultimo anno, tuttavia, è intervenuta una legge, che disciplina la “convivenza di fatto”: la Legge n. 76/2016 (nota pure come “Legge Cirinnà”).

Poi, due sentenze della Suprema Corte, che hanno cancellato il riferimento al parametro del “tenore e modello di vita caratterizzanti la pregressa fase della convivenza matrimoniale”, sia nella fase dell’ an debeatur che in quella del quantum debeatur, circa la richiesta dell’assegno divorzile: le sentenze della Cassazione, I Civile nn. 11504/2017 e 15481/2017.

Occorre allora verificare se quel provvedimento e queste pronunce lasciano
inalterato il quadro giuridico all’interno del quale si è andato consolidandosi l’orientamento prevalente della giurisprudenza, sul punto in esame.

Vediamo perciò da vicino questo secondo principio giurisprudenziale.

3) Sulla attribuzione e quantificazione dell’assegno divorzile.

La Prima sezione civile della Cassazione, in tema di “diritto all’assegno di divorzio” ha superato il precedente orientamento che collegava l’assegno al parametro del tenore di vita matrimoniale, precisando come ora, il parametro di spettanza dell’assegno diventa l’indipendenza o l’autosufficienza economica del coniuge che lo richieda: lo hanno stabilito le recenti sentenze nn. 11504/2017 e 15481/2017.

A fronte di una accertata convivenza di fatto del coniuge richiedente l’assegno divorzile, subordinatamente, il parametro del tenore di vita matrimoniale era divenuto pure il parametro di riferimento, per escluderne la riconoscibilità, assumendo il principio che ogni connessione con esso (il tenore di vita matrimoniale) venisse recisa dall’instaurazione di tale convivenza, secondo l’elaborazione giurisprudenziale avviata proprio dalla sentenza citata nell’articolo precedente: Cassazione, I Civile, n. 17195/2011.

Se il parametro del tenore di vita matrimoniale “cade” in via principale, sarà caducato analogamente per tutte le applicazioni in via subordinata.

Pertanto, dovrà essere considerato parallelamente superato anche l’orientamento inaugurato dalla Suprema Corte nel 2011, che al tenore di vita matrimoniale connetteva il recesso realizzato dall’instaurazione della convivenza di fatto.

Resta a questo punto, allora, il superiore principio di solidarietà, in virtù dell’art. 2 della Costituzione, che riconoscendo alla convivenza di fatto il rango di formazione sociale deputata allo sviluppo della personalità umana, la fa accedere alla dovuta tutela costituzionale, imponendone anche l’adempimento dei doveri inderogabili ivi citati.

Principio esplicitato da tempo dalla stessa Corte Costituzionale con le succitate sentenze n. 310/1989 e 237/1986, ma – attenzione – non in maniera incondizionata:  “l’art. 2 sia riferibile anche alle convivenze di fatto, purché caratterizzate da un grado accertato di stabilità”.

Dopo 30 anni, adesso, esiste una legge, la Legge n. 76/2016 (nota pure come “Legge Cirinnà”), che prescrive finalmente come debba essere accertato il grado di stabilità per la convivenza di fatto (e, si noti, come questa definizione adottata dal legislatore, sia quella, identica, adottata nelle succitate sentenze di riferimento della Corte Costituzionale).

Precisamente, con l’articolo 1, comma 37, laddove il richiesto grado accertato di stabilità che avrebbe dovuto imprescindibilmente caratterizzare le convivenze di fatto, secondo l’insegnamento sopra esposto della Corte Costituzionale, trova risposta e si concreta positivamente laddove viene disposto che “per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223”.

L’iscrizione anagrafica diviene così pertanto l’elemento costitutivo della convivenza di fatto (cfr. Circolare Ministero Interni n. 7 del 1.6.2016), è questo diviene, ora, il grado di accertamento della stabilità.

O potrà continuare a valere l’elaborazione giurisprudenziale in materia, ora che esiste una legge; trascurando così il dettato normativo?

La domanda è retorica, chiaramente, poichè il principio positivamente accolto in Italia è quello della c.d. “autointegrazione” dell’ordinamento normativo, che “si completa da sé”, in modo da offrire sempre all’operatore del diritto la soluzione dei diversi casi della vita reale [cfr. V.Crisafulli, “Lezioni di Diriito Costituzionale”, 1976).

Ciò si desume dall’art. 12 delle Disaposizioni sulla Legge in Generale, premesse al Codice Civile, a norma del quale “se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio,si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato”.

Adesso, la precisa disposizione esiste.

Ad avviso dello scrivente, tuttavia, la copertura costituzionale della convivenza di fatto, ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione, ed in ragione delle sentenze citate della Corte, con la Legge n. 76/2016 si è ristretta alle convivenze di fatto c.d. dichiarate: la lettura formalistica di quella legge impone questa lettura, aprendo il varco ad un (possibile) sindacato di legittimità costituzionale, per violazione del principio di ragionevolezza delle leggi (art. 3 Costituzione).

 

 

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