Legge n.119/2017 sull’obbligo vaccinale. Profili di incostituzionalità. 1

Circa i profili di incostituzionalità della Legge n. 119/2017 in materia di obbligo vaccinale, pubblico qui il documento conclusivo in forma integrale del gruppo di lavoro – da me coordinato – dei GIURISTI PER L’AZIONE POPOLARE dell’associazione ATTUARE LA COSTITUZIONE, che terrà a Napoli il prossimo 30 settembre e 1 ottobre l’Assemblea costitutiva ATTUARE LA COSTITUZIONE. PAOLO MADDALENA

Questo documento conclude un lavoro iniziato a maggio (quando venne “annunciato il D.L.), proseguito a giugno (allorché venne finalmente pubblicato il D.L.) ed a luglio (dopo le modifiche apportate al D.L. in Senato), di cui è possibile rinvenire l’analisi nei precedenti articoli.

Qui viene pubblicata la prima parte del documento, che si occupa della violazione costituzionale più rilevante, relativa alla violazione del diritto alla salute, dei limiti imposti al rispetto della persona umana e della libera autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari, articoli 32 e 3 della Costituzione.

Buona lettura!

PROFILI DI INCOSTITUZIONALITA’ DELLA LEGGE 31 LUGLIO 2017, N. 119, di conversione del D.L. 73/2017.

Il gruppo Giuristi per l’Azione Popolare sulla base del comunicato stampa n.30 del Consiglio dei Ministri, che annunciava il Decreto Legge “Lorenzin,” aveva individuato alcuni profili di incostituzionalità del citato decreto che venivano formalizzati in un apposito documento redatto e pubblicato dal Gruppo giuridico a seguito della pubblicazione del D.L. 73/2017 nella G.U.R.I., tenuto conto della effettiva versione dell’articolato normativo.

La successiva conversione del decreto succitato ad opera dei due rami del parlamento ha visto confermare quasi tutti i profili di incostituzionalità che erano già stati previamente redatti avverso il D.L., ma ha reso altresì necessario l’adeguamento e l’integrazione delle pregresse conclusioni, anche alla luce delle modifiche, non marginali, che l’iter parlamentare ha prodotto rispetto al testo originario del decreto legge.

Profili di incostituzionalità della versione definitiva della legge.

1) Sulla violazione del diritto alla salute, dei limiti imposti al rispetto della persona umana e della libera autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari.

Sussiste un’evidente violazione del fondamentale diritto alla libera autodeterminazione del cittadino rispetto a qualunque trattamento sanitario, quindi anche alle vaccinazioni.

Le vaccinazioni obbligatorie con la legge in commento aumentano in misura esponenziale, passando dai 4 precedenti agli attuali 10.

Ciò in violazione del principio di ragionevolezza, imposto dall’articolo 3 della Costituzione PRINCIPI FONDAMENTALI (artt. 1-12)e dell’articolo 32, 2°comma, Costituzione, Parte I DIRITTI e DOVERI dei CITTADINI Titolo II Rapporti Etico -Sociali (Artt. 29-34)secondo il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e ancora che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

I “limiti imposti dal rispetto della persona umana” cui fa riferimento la norma costituzionale ora richiamata e la valutazione relativa ad una loro possibile violazione, conduce il ragionamento sul terreno dei criteri costituzionali di “ragionevolezza” e “proporzionalità” della “misura” legislativa adottata rispetto alla situazione che la stessa intende affrontare e risolvere.

Ad oggi la Corte Costituzionale, a seguito della decisione n.307/1990, così come ripresa in altre successive pronunzie (inter alia, la sent. n.258/1994) ha (forzatamente) condotto l’assetto normativo dei vaccini ad un corretto “bilanciamento” degli interessi e dei diritti riconducibili nell’alveo dell’art.32 Cost. sulla base di una declaratoria di incostituzionalità e di 2 argomenti fondamentali:
a) che dalle vaccinazioni potesse escludersi “ una incidenza negativa sullo stato di salute di colui che vi é assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili“;
b) che, per altro verso, “…nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute … ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica, sia prevista comunque la corresponsione di una “equa indennità” in favore del danneggiato”.

Conseguentemente, a seguito della declaratoria di incostituzionalità della legge 51 del 1966 sulla vaccinazione antipoliomielitica (ad opera della citata sent. 307/1990), veniva istituzionalizzato un “sistema di indennizzi” con la legge 210/1992, costituente un “elemento di chiusura del sistema”, in forza del quale, secondo la lettura data dalla Corte costituzionale, è stato “ricondotto” a ragionevolezza e proporzionalità l’apparato normativo dei vaccini obbligatori, mediante la “monetizzazione” dei loro “eventuali” effetti collaterali.

I sopra compendiati approdi della Corte Costituzionale, non possono tuttavia condurre a ritenere definitivamente risolta la questione della “compatibilità costituzionale” del sistema vaccinale e dei relativi obblighi, soprattutto alla luce del drastico intervento normativo in commento.

Il giudice delle leggi, infatti, è pervenuto alle conclusioni sopra brevemente rammentate, vagliando il sistema antecedente dei vaccini obbligatori, come detto di gran lunga più contenuto rispetto a quello introdotto dalla legge in esame.

La moltiplicazione del numero dei vaccini obbligatori introdotti con la legge recentemente varata dal Governo e poi dal Parlamento italiano deve, quindi, necessariamente condurre a rimettere in discussione ed a vagliare la nuova disciplina sotto il profilo dei criteri di “proporzionalità e ragionevolezza”, onde valutarne la compatibilità costituzionale.

Affinché un provvedimento normativo possa considerarsi conforme al criterio della “ragionevolezza” questo deve esser innanzitutto “coerente” e quindi idoneo al raggiungimento del fine che la legge si propone di raggiungere; in secondo luogo, specialmente ove si discuta di questione afferente alla tutela di interessi supremi e costituzionalmente garantiti, quale il diritto alla salute individuale e collettiva, il provvedimento deve esser “necessario”, nel senso che rispetto ad esso non esistono misure alternative ugualmente efficaci e al contempo meno rischiose; infine, il provvedimento deve essere coerente al criterio della proporzionalità quindi “adeguato”, ossia capace di conseguire, dal punto di vista dell’ordinamento giuridico, un corretto bilanciamento tra i contrapposti interessi rilevanti e costituzionalmente tutelati.

Nella fattispecie, la legge appena varata dal Parlamento italiano non possiede affatto i requisiti sopra indicati.

Essa impone 10 vaccinazioni obbligatorie (a fronte delle 4 precedenti) ed altre 4 come altamente consigliate (in tutto ben 14 vaccini).

Dette vaccinazioni non appaiono affatto “necessarie” nel senso sopra esplicitato, in quanto, in primo luogo, non sono predisposte per far fronte a situazioni emergenziali (diffondersi di epidemie in atto per ciascuna delle 14 malattie cui si riferiscono i vaccini) che possano essere affrontate in via esclusiva con il sistema vaccinale; peraltro non vengono minimamente considerati percorsi e/o soluzioni alternative, ugualmente efficaci e al contempo meno rischiose rispetto ai vaccini; appare vieppiù insussistente il requisito dell’“adeguatezza” della misura stessa rispetto cioè ad un corretto bilanciamento tra i contrapposti interessi di rilevo costituzionale.

Appare oltretutto macroscopico il divario tra la situazione antecedente con i 4 vaccini obbligatori, a fronte dei quali, ove ritenuti necessari dalla “comunità scientifica”, si poteva anche invocare il principio di “solidarietà sociale” di cui all’art. 2 Costituzione, e la situazione attuale.

Oggi che i vaccini obbligatori sono stati elevati a 10 – oltre ai 4 vaccini “altamente consigliati” – i cui effetti dannosi collaterali oltre ad esser stati fatti presenti da illustri scienziati di tutto il mondo, sono riconosciuti – sebbene in modo contraddittorio e parziale – dalle istituzioni governative, viene in tutta evidenza il superamento dei “limiti” che la legge deve rispettare e non è dubbio che questi limiti sono stati superati proprio in virtù del “principio ermeneutico della ragionevolezza” imposto dall’art. 3 della Costituzione.

Dunque la legge in commento che elide la libertà di scelta in ordine al trattamento sanitario, deve dichiararsi costituzionalmente illegittima per “mancato rispetto della persona umana” e per “irragionevolezza”.

Queste due censure, entrambe in relazione all’articolo 3 della Costituzione, e la seconda anche in raccordo con l’art. 32, 2°comma della Costituzione, costituiscono pertanto le fondamentali pregiudiziali di incostituzionalità del Decreto Legge n. 73/2017, in particolare dell’art. 1, 1°comma, nonchè dell’articolo 3, 3° comma e quindi della sua legge di conversione (anche su autorevole parere del Prof. Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale).

A quanto sopra si aggiunga che l’articolato normativo in questione si pone in contrasto con la Convenzione di Oviedo (“Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’esser umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina”) e la relativa legge nazionale di ratifica n. 145/2001, afferma principi che rilevano nella fattispecie. Infatti, il capitolo 2° della Convenzione di Oviedo, con l’articolo 5, pone quale regola generale che ogni intervento nel campo della salute abbia quale suo necessario presupposto il “libero ed informato consenso della persona interessata”, che deve fondarsi “innanzitutto su un’informazione adeguata sullo scopo, sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi”.

Il principio summenzionato, inoltre, risulta ulteriormente rafforzato dalla previsione del successivo art.28, ove è espressamente previsto che ciascuno Stato firmatario si impegna a che “siano oggetto di dibattito pubblico appropriato alla luce, in particolare, delle implicazioni mediche, sociali, economiche, etiche e giuridiche pertinenti, e che le loro possibili applicazioni siano oggetto di consultazioni appropriate”.

Sulla questione dei vaccini, viceversa, con la legge in commento si è andati nel senso diametralmente opposto, operando con meccanismi autoritativi, rifuggendo dal doveroso confronto e dalla consultazione con il pubblico, sull’assiomatico presupposto dell’assenza o quasi di rischi e su una informazione privata e pubblica del tutto inadeguata.

Il medesimo principio statuito nell’ambito della convenzione di Oviedo è stato accolto anche nell’ambito della “Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea”, proclamata a Nizza il 7 dicembre del 2000, che nel suo art.3 (Diritto all’integrità della persona) dispone che: “1. Ogni persona ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. 2. Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: a) il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge; …”.

Ulteriori profili di incostituzionalità, sebbene strettamente connessi con quelli sopra già indicati, devono ravvisarsi nella violazione dei principi sedimentati nell’ordinamento giuridico, sia nazionale che internazionale, che hanno trovato positivizzazione nell’ambito delle norme istitutrici della UE, in trattati internazionali, oltre che in norme giuridiche interne di recepimento ed attuazione, e nelle pronunzie dei giudici.

La rilevante questione sottoposta all’odierna analisi muove dalla considerazione dei profili di valutazione dei benefici e dei rischi, certi o anche potenziali (i rischi), necessariamente presupposta ad ogni approccio giuridico condotto in termini – costituzionalmente rilevanti – di ragionevolezza e proporzionalità.
Diversamente si assiste, come nel caso sottoposto all’odierno esame, alla violazione delle relative norme di rango comunitario e internazionale, che costituiscono parametro di riferimento per il vaglio di costituzionalità avuto riguardo agli artt. 10 e 11 Cost.

In primo luogo, quindi, anche in ordine ad una valutazione di costituzionalità della legge in commento, rileva il “principio di precauzione”.

Come noto si tratta di un principio di derivazione comunitaria (art.191, par.2, ex art.174 del Trattato UE), il quale, sebbene positivizzato in materia di tutela ambientale, è stato di fatto esteso ad opera dalla Corte di giustizia europea (v. anche le recenti pronunzie: Corte di Giustizia UE, sez.I, 09.06.2016 n.78; Corte di Giustizia UE, sez.VI, 10.04.2014 n.269; Corte di Giustizia UE, sez.II, 22.10.2010 n.77) e dei giudici nazionali dei paesi aderenti, anche agli ambiti della salute pubblica, fino a divenire un “principio di applicazione generale” soprattutto in quei settori di intervento normativo che richiedono un “alto livello di protezione”, qual’è quello della salute pubblica.

Il principio di precauzione infatti implica l’identificazione degli effetti potenzialmente negativi derivanti da un determinato trattamento o un procedimento; esso richiede una valutazione scientifica del rischio che, per l’insufficienza o la contraddittorietà dei dati in possesso della comunità scientifica e delle pubbliche autorità, non consenta di appurare con sufficiente certezza il rischio rispetto ai fattori o agli interessi oggetto di tutela.

Il principio di precauzione, è utile precisare, opera non nelle circostanze in cui vi è la certezza di un rischio di pregiudizio ma, al contrario lì dove non sia ancora dimostrato un rischio per la salute (o l’ambiente) e tuttavia questo non può essere del tutto escluso.

Un approccio cautelativo così rigoroso, come quello discendente dal suddetto principio, è evidentemente giustificabile e anzi obbligatorio, anche per il legislatore – che si è all’uopo impegnato ad improntare e a fondare la propria politica al suddetto principio (art.191, par.2, Trattato UE) – proprio in ragione della assoluta preminenza e rilevanza, anche costituzionale, dei valori che si intendono tutelare.

Secondo l’elaborazione degli sviluppi attuativi del suddetto principio la valutazione del rischio non deve aver oggetto solamente i “rischi immediati” ma, viceversa, deve avere ad oggetto anche gli effetti rilevabili a lungo termine.

Con riferimento agli obblighi vaccinali, quindi, si evidenzia che il fine perseguito dall’applicazione del suddetto principio di precauzione è non solo quello di evitare pregiudizi attuali alle fasce più giovani e deboli della popolazione in atto ma, addirittura, alle generazioni future, per i danni che possano queste risentire dall’impiego di trattamenti farmacologici destinati a essere somministrati negli anni e nei decenni a venire, sistematicamente su tutta la popolazione italiana (e sui minori stranieri) rientrante nelle fasce d’età interessate dai trattamenti medesimi.

In linea con quanto fino a questo punto precisato, sebbene da una prospettiva concernente la compatibilità e la valutazione ex ante dei possibili effetti pregiudizievoli dei vaccini sul singolo individuo ricevente, è quanto statuito dalla Corte costituzionale con la sentenza n.258 del 94, nella motivazione della quale, il giudice delle leggi, pur dichiarando inammissibile la sollevata e specifica questione di costituzionalità sottoposta al suo vaglio, richiamava l’attenzione del legislatore “… ferma la obbligatorietà generalizzata delle vaccinazioni ritenute necessarie alla luce delle conoscenze mediche, affinché siano individuati e siano prescritti in termini normativi specifici e puntuali, ma sempre entro limiti di compatibilità con le sottolineate esigenze di generalizzata vaccinazione, gli accertamenti preventivi idonei a prevedere e prevenire i possibili rischi di complicanze”.

Le valutazioni necessariamente sottese al rispetto del “principio di precauzione” così come la consequenziale statuizione dalla Corte costituzionale nella sentenza appena citata, non appaiono aver avuto una adeguata attenzione da parte del legislatore.

Non si può non tenere conto infatti che non risulta che siano stati effettuati e/o resi pubblici indagini scientifiche e studi idonei a palesare l’insussistenza di rischi ed effetti pregiudizievoli sulla popolazione, che abbiano tenuto conto dell’aumento esponenziale degli obblighi vaccinali e degli effetti combinati e cumulativi degli aumentati trattamenti, quelli obbligatori e anche quelli consigliati, rispetto al regime precedente, né risulta che la collettività italiana sia stata chiamata a consultazione e quindi a percorsi di partecipazione informativa sugli studi e le indagini scientifiche che avrebbero dovuto esser svolte e/o rese pubbliche.
In difetto, quindi, sussiste sotto il profilo sopra delineato, l’incostituzionalità della norma in questione.

 

 (….segue….)

Roma, 01 agosto 2017

“Attuare la Costituzione, un dovere inderogabile”
Giuristi per l’Azione Popolare

Avv. Stefano Stefàno (coordinatore gruppo di lavoro)
Avv. Giovanni Crosta
Avv. Fausto Gianelli
Avv. Mirella Manera
Avv. Damiano Marinelli
Avv. Francesco Scifo

© Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO dell’AUTORE

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