Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 2).

Il DIRITTO AL LAVORO DELINEATO dalle SENTENZE della CORTE COSTITUZIONALE

In particolare, sugli aspetti della disciplina dei licenziamenti, in relazione all’articolo 4.

  • Con la sentenza n. 45/1965, la Corte affermò che il diritto al lavoro, «fondamentale diritto di libertà della persona umana», pur non garantendo «il diritto alla conservazione del lavoro», tuttavia «esige che il legislatore […] adegui […] la disciplina dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato al fine ultimo di assicurare a tutti la continuità del lavoro, e circondi di doverose garanzie […] e di opportuni temperamenti i casi in cui si renda necessario far luogo a licenziamenti»: da qui nacque la L. n. 604/1966, che sancì, all’art. 1, il principio della necessaria giustificazione del licenziamento, da considerarsi illegittimo se non sorretto da una «giusta causa» o da un «giustificato motivo».
  • Con la sentenza n. 60/1991, la Corte ha riaffermato il «diritto garantito dall’art. 4 Cost. a non essere estromesso dal lavoro ingiustamente o irragionevolmente».
  • Con la sentenza n. 541/2000, la Corte ha ribadito la «garanzia costituzionale [del] diritto di non subire un licenziamento arbitrario».

L’affermazione sempre più netta del «diritto al lavoro» (art.4, 1°co.), affiancata alla «tutela» del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (articolo 35, 1°co.), si sostanzia – sostiene la Corte, da ultimo, con sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto – nel riconoscere, tra l’altro, che i limiti posti al potere di recesso del datore di lavoro correggono un disequilibrio di fatto esistente nel contratto di lavoro.

Perché questa attenzione e questo favore particolare per il diritto al lavoro, fino ad esigere una tutela “rafforzata”? Per un motivo che ciascuno di Noi conosce ed è fornito dalla stessa Corte: “il forte coinvolgimento della persona umana – a differenza di quanto accade in altri rapporti di durata – qualifica il diritto al lavoro come diritto fondamentale, cui il legislatore deve guardare per apprestare specifiche tutele” (sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto).


La SENTENZA n. 194/2018 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Nel quadro normativo delineato sull’art.4, è intervenuta la recente Sentenza n. 194 del 8.11.2018 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, 1°co., del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) – sia nel testo originario sia nel testo modificato dall’art. 3, 1°co., del d.l. n. 87/2018 (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto 2018, n. 96 – limitatamente alle parole «di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».

In parziale accoglimento delle questioni sollevate in riferimento ai seguenti articoli della Costituzione:

  • 3 (in relazione sia al principio di eguaglianza, sia al principio di ragionevolezza);
  • 4, primo comma;
  • 35, primo comma;
  • 76 e 117, primo comma, (questi ultimi due articoli in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea).

Perché è stato dichiarato incostituzionale il succitato meccanismo di quantificazione indicato? Perché “connota l’indennità come rigida, in quanto non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio, e la rende uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità. L’indennità assume così i connotati di una liquidazione legale forfetizzata e standardizzata, proprio perché ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio, a fronte del danno derivante al lavoratore dall’illegittima estromissione dal posto di lavoro a tempo indeterminato ….Una tale predeterminazione forfetizzata del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo non risulta incrementabile, pur volendone fornire la relativa prova. Nonostante il censurato art. 3, comma 1 – diversamente dal vigente art. 18, 5°co., L. n. 300/1970 – non definisca l’indennità «onnicomprensiva», è in effetti palese la volontà del legislatore di predeterminare compiutamente le conseguenze del licenziamento illegittimo, in conformità al principio e criterio direttivo dettato dalla legge di delegazione di prevedere un indennizzo economico «certo»” (punto 10 del Considerato in Diritto).

L’analisi politica del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) inizia e finisce qui; le c.d. “tutele crescenti” non tutelavano il lavoro, bensì il datore di lavoro, nella sua necessità di prevedere un indennizzo economico «certo» (assumi a tempo indeterminato un lavoratore, conosci già il costo del suo licenziamento), in conformità alle direttive comunitarie.

Questo criterio direttivo, esplicitato dalla norma censurata, contrasta però con la Nostra Carta Costituzionale:

  • anzitutto”con il principio di eguaglianza, sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse” o, meglio, “la previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere e sono, nell’esperienza concreta, diverse“…… considerato che “in una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio” ……………………  ritenuto che “non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia“………………………………….. rilevato che “tale discrezionalità si esercita, comunque, entro confini tracciati dal legislatore per garantire una calibrata modulazione del risarcimento dovuto, entro una soglia minima e una massima“……………………………………..pertanto si deve concludere che “all’interno di un sistema equilibrato di tutele, bilanciato con i valori dell’impresa, la discrezionalità del giudice risponde all’esigenza di personalizzazione del danno subito dal lavoratore, pure essa imposta dal principio di eguaglianza” (punto 11 del Considerato in Diritto);
  • altresì “con il principio di ragionevolezza, sotto il profilo della inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente“….. premesso che “il risarcimento ancorché non necessariamente riparatorio dell’intero pregiudizio subito dal danneggiato, deve essere necessariamente equilibrato e che l’adeguatezza del risarcimento forfetizzato richiede che esso sia tale da realizzare un adeguato contemperamento degli interessi in conflitto” ………………………………… considerato che, quanto al primo aspetto “la previsione denunciata, nel prestabilire interamente la misura dell’indennità, la connota, oltre che come «certa», anche come rigida, perché non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio” ……………………..  considerato che, quanto al secondo aspetto l’inadeguatezza dell’indennità forfetizzata stabilita dalla previsione denunciata rispetto alla sua primaria funzione riparatorio compensativa del danno sofferto dal lavoratore ingiustamente licenziato è suscettibile di minare, in tutta evidenza, anche la funzione dissuasiva della stessa nei confronti del datore di lavoro, allontanandolo dall’intento di licenziare senza valida giustificazione e di compromettere l’equilibrio degli obblighi assunti nel contratto“…….. pertanto si deve concludere che “non realizza un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro. Con il prevedere una tutela economica che può non costituire un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, la disposizione censurata comprime l’interesse del lavoratore in misura eccessiva, al punto da risultare incompatibile con il principio di ragionevolezza. Il legislatore finisce così per tradire la finalità primaria della tutela risarcitoria, che consiste nel prevedere una compensazione adeguata del pregiudizio subito dal lavoratore ingiustamente licenziato” (punti 12,12.1,12.2,12.3 del Considerato in Diritto);
  • soprattutto, dagli stessi fatti ritenuti lesivi del principio di ragionevolezza ex articolo 3 Cost.discende anche il vulnus recato da tale previsione agli artt. 4, primo comma, e 35, primo comma, Cost.“, laddove “prevedendo una tutela economica che non costituisce né un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, risulta evidente che una siffatta tutela dell’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione non può ritenersi rispettosa degli artt. 4, 1°co. e 35, 1°co., Cost., che tale interesse, appunto, proteggono. L’irragionevolezza del rimedio previsto dall’art. 3, 1°co., d.lgs. n. 23/2015, assume, in realtà, un rilievo ancor maggiore alla luce del particolare valore che la Costituzione attribuisce al lavoro (artt. 1, primo comma, 4 e 35 Cost.), per realizzare un pieno sviluppo della personalità umana“(punto 13 del Considerato in Diritto);
  • infine “con gli artt. 76 – nel riferimento operato dalla legge di delegazione al rispetto delle convenzioni internazionali – e 117, 1°co., Cost., in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea“. Cosa dice questo articolo, al primo comma, lettera b)? Prevede che, per assicurare l’effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, le Parti contraenti si impegnano a riconoscere «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione». Inoltre,  nella decisione resa a seguito del reclamo collettivo n. 106/2014 proposto contro la Finlandia, il Comitato europeo dei diritti sociali ha aggiunto che tale indennizzo per essere congruo deve anche dissuadere il datore di lavoro dal licenziare ingiustificatamente, non essendo cioè sufficiente che assicuri un adeguato ristoro per il concreto pregiudizio subito dal lavoratore licenziato senza un valido motivo. Anche il filo argomentativo che guida il Comitato si snoda dunque attraverso l’apprezzamento del sistema risarcitorio in quanto dissuasivo e, al tempo stesso, congruo rispetto al danno subito “in linea con quanto affermato da questa Corte sulla base del parametro costituzionale interno dell’art. 3 Cost. …. Si realizza, in tal modo, un’integrazione tra fonti e – ciò che più rileva – tra le tutele da esse garantite” (punto 14 del Considerato in Diritto).

Il Giudice delle Leggi ha pertanto prescritto che “nel rispetto dei limiti, minimo e massimo, dell’intervallo in cui va quantificata l’indennità spettante al lavoratore illegittimamente licenziato, il giudice terrà conto innanzi tutto dell’anzianità di servizio – criterio che è prescritto dall’art. 1, comma 7, lett. c) della legge n. 184 del 2013 e che ispira il disegno riformatore del d.lgs. n. 23/2015 – nonché degli altri criteri già prima richiamati, desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti)“.

Ma qual’è questo provvedimento che, in un colpo solo, ha violato 5 articoli della Carta Costituzionale?

E’ il Decreto Legislativo n. 23/2015, il famoso “Jobs Act” promosso quando al Governo c’erano i “competenti” e segue le sorti di altri provvedimenti legislativi varati dagli “esperti” ma caduti sotto la scure della Consulta [1],[2],[3]; ma è anche vero che la Legge 9 agosto 2018, n. 96 è l’altrettanto famoso “Decreto Dignità” che, pur evidenziando il merito di aver accresciuto i limiti minimi e massimi entro i quali si svolge – come visto – il potere discrezionale del Giudice, ben avrebbe potuto anche anticipare l’intervento della Consulta, abrogando la disposizione illegittima, modificando il criterio del calcolo, basato esclusivamente sull’anzianità.


CONCLUSIONE

Insomma, una Legge sul Lavoro (Jobs Act) che, malgrado dichiari in rubrica di attuare le c.d. “tutele crescenti”, NON tutela il Lavoro; bello, no?

Questo fatto è grave.

Perché, al di là della truffa semantica, l’inganno è vero.

Ed è questo: mentre dico di agire nell’interesse, per i diritti e la tutela Tua (lavoratore), nei fatti ed in diritto, tutelo invece gli interessi del datore di lavoro, col prevedere un indennizzo economico «certo», sbilanciando ulteriormente i rapporti di forza a favore di quest’ultimo: questa cosa la poteva fare solo una forza politica sedicente “di sinistra”.

Ma c’è di più, ancor più grave: quello che si è gabellato qui in Italia come Tutele Crescenti, si chiama in realtà in Unione Europea riduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (questo è il nome e la qualifica ufficiale di questa misura); normalmente è una delle condizioni imposte per fruire dei programmi di assistenza finanziaria: per esempio, alla Grecia col secondo programma del  marzo 2012 (cfr. Commissione Europea, Occasional Paper, 94, marzo 2012, pag. 223).

L’ oggetto è SEMPRE la costante aggressione al nucleo delle politiche sociali, con tutte le conseguenze materiali che tale linea economica comporta; benché non più tardi di qualche mese fa i più grandi corifei della UE così qualificassero la legge ora dichiarata incostituzionale: “riforme come quella del Jobs Act o del sistema bancario o del sistema costituzionale …vanno giudicatein relazione alla loro capacità di promuovere gli interessi del nostro Paese nel sistema dell’interdipendenza europea” (cfr. Sole 24 Ore, 7.1.2018).

Insomma, la promozione degli interessi del Nostro paese nel sistema dell’interdipendenza europea passa attraverso la compressione dei Diritti Sociali.

Ancora una volta, le direttive comunitarie sembrano cozzare contro i principi fondamentali della Carta Costituzionale.

Avv. Stefano Stefàno

[…..segue, parte 3]

 

© Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO dell’AUTORE

 

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