Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 3).

Per approfondire e per gli addetti ai lavori

 

IUS SUPERVENIENS Come detto, successivamente all’ordinanza di rimessione, è entrato in vigore il d.l. n. 87/2018,  (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella L. n. 96/2018, modificando una delle disposizioni oggetto del presente giudizio, limitatamente alla parte in cui stabilisce il limite minimo e il limite massimo entro cui è possibile determinare l’indennità da corrispondere al lavoratore ingiustamente licenziato, innalzando tali limiti, rispettivamente, da quattro a sei mensilità (limite minimo) e da ventiquattro a trentasei mensilità (limite massimo) dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR. La Corte ha dovuto pertanto autonomamente valutare, in via preliminare, in che misura lo ius superveniens incida sul giudizio incidentale e se si spinga fino a modificare «la norma censurata quanto alla parte oggetto delle censure di legittimità costituzionale» (sentenza n. 125 del 2018). Non essendo tuttavia il quantum delle soglie minima e massima entro cui può essere stabilita l’indennità al cuore delle doglianze, ma il meccanismo di determinazione dell’indennità, configurato dalla norma censurata, la Corte ha valutato come, nel caso in esame, non è stato intaccato il meccanismo contestato, sicché non mutano i termini essenziali della questione posta dal giudice a quo.

INAMMISSIBILITÀ’ di questione non sollevata dal giudice rimettente. Sempre in via preliminare, la Corte ha rilevato come, nel proprio atto di costituzione in giudizio, la parte del procedimento a quo abbia dedotto l’irragionevolezza delle disposizioni censurate sotto un profilo ulteriore rispetto a quelli indicati nell’ordinanza di rimessione, ma tale censura traducendosi in una questione non sollevata dal giudice rimettente è, perciò, inammissibile, poiché «”l’oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione”.

IRRILEVANZA delle questioni aventi ad oggetto le disposizioni denunciate. Sempre in via preliminare, la Corte deve esaminare, d’ufficio, alcuni profili che attengono all’ammissibilità delle questioni sollevate dal giudice rimettente, verificando, alla luce di quanto risulta dall’ordinanza di rimessione, l’effettiva applicabilità nel giudizio a quo delle diverse disposizioni denunciate e, conseguentemente, l’effettiva rilevanza delle questioni di costituzionalità delle stesse. Se da tale scrutinio risulta evidente l’inapplicabilità nel giudizio a quo delle questioni aventi a oggetto le disposizioni denunciate, ne dichiara conseguentemente l’irrilevanza. In questo caso: degli artt. 2, 3 comma 2 e 3 (anche per difetto di motivazione), 4 d.lgs. n. 23/2015.

INIDONEITÀ‘ DELLA CONVENZIONE OIL N. 158/1982 Questa convenzione internazionale, che ha vocazione costituzionale, nello spirito dell’art. 35, 3°co., Cost., non è stata ratificata dall’Italia, pertanto non è da ritenersi vincolante, né può integrare il parametro costituzionale evocato, poiché l’art. 117, 1°co., Cost. fa riferimento al rispetto dei «vincoli» derivanti dagli «obblighi internazionali».

SULLA IDONEITÀ’ O INIDONEITÀ’ DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA (Questo aspetto è fondamentale). A norma dell’art. 51 CDFUE (comma 1, primo periodo), le disposizioni della Carta si applicano […] agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. Sulla base di tale disposizione, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha costantemente asserito che le disposizioni della CDFUE sono applicabili agli Stati membri «quando agiscono nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione». Peraltro, la Corte Costituzionale ha affermato che «perché la Carta dei diritti UE sia invocabile in un giudizio di legittimità costituzionale, occorre, dunque, che la fattispecie oggetto di legislazione interna “sia disciplinata dal diritto europeo – in quanto inerente ad atti dell’Unione, ad atti e comportamenti nazionali che danno attuazione al diritto dell’Unione, ovvero alle giustificazioni addotte da uno Stato membro per una misura nazionale altrimenti incompatibile con il diritto dell’Unione – e non già da sole norme nazionali prive di ogni legame con tale diritto” (sentenza n. 80 del 2011)». Pertanto, come nel caso di specie, se nessun elemento consente di ritenere che la norma censurata sia stata adottata in attuazione del diritto dell’Unione, in particolare, per attuare disposizioni nella materia dei licenziamenti individuali, la CDFUE non può essere invocata quale parametro interposto. In realtà, al fine di sostenere la sussistenza, nelle disposizioni denunciate, di una «fattispecie europea», la parte costituita aveva argomentato che esse ricadrebbero nell’ambito della politica dell’occupazione dell’Unione e, in particolare, nell’ambito delle misure adottate in risposta alle raccomandazioni del Consiglio. Ma la Corte ha osservato come, tali raccomandazioni, previste dall’art. 148, paragrafo 4, TFUE all’esito dell’esame annuale svolto dalle istituzioni europee circa la situazione dell’occupazione nell’Unione, rientrano nella discrezionalità del Consiglio e sono prive di forza vincolante.

IDONEITÀ‘ DELLA CARTA SOCIALE EUROPEA. Come visto, la Corte ha invece affermato l’idoneità della Carta sociale europea a integrare il parametro dell’art. 117, 1°co., Cost., e ha anche riconosciuto l’autorevolezza delle decisioni del Comitato, ancorché non vincolanti per i giudici nazionali (sentenza n. 120 del 2018).

Avv. Stefano Stefàno

 

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