Principio di Eguaglianza (Art. 3 Cost.), in particolare: la Donna nella Costituzione.

La Donna nella Costituzione, vista con le “lenti” dell’articolo 3, prima sotto il profilo dell’eguaglianza formale, poi di quella, ancor più importante, sostanziale. Attraverso tre articoli della Parte I (riguardanti i Rapporti Politici, Etico-Sociali, Economici) e le relative pronunce di incostituzionalità della Corte Costituzionale, vediamo come si è data concretezza al riconoscimento della parità di genere, nella Pubblica Amministrazione, in Famiglia, nel Lavoro.                                               

                                             

                                            EGUAGLIANZA FORMALE

                                        SENZA DISTINZIONE DI SESSO

Dopo aver delineato succintamente il principio di Eguaglianza formale (comma 1), si può verificare agevolmente la specificazione della seconda parte del medesimo primo comma, con riguardo particolare al divieto di discriminazione sulla base del genere.

Il riconoscimento della parità fra cittadini di sesso femminile e di sesso maschile, e con esso l’applicazione integrale del principio di eguaglianza formale, è stato graduale pur se univoco, da parte della Corte Costituzionale.

ARTICOLO 51, 1°CO. (RAPPORTI POLITICI)

Una delle prime questioni esaminate fu quella della parità di accesso al lavoro, in particolare negli uffici pubblici; non a caso, perché la legge che disciplinava la materia dal lontano 1919 (L. n. 1176/1919 e successivo regolamento R.D. n. 39/1920), escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che “implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato importano l’esercizio di diritti e potestà politiche” (articolo 7).

Nel 1960, in applicazione del principio di Eguaglianza, la Corte Costituzionale
dichiarò l’illegittimità costituzionale proprio della norma contenuta nell’art. 7 della citata legge del 1919, poiché “una norma che consiste nello escludere le donne in via generale da una vasta categoria di impieghi pubblici, debba essere dichiarata incostituzionale per l’irrimediabile contrasto in cui si pone con l’articolo 51, il quale proclama l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive degli appartenenti all’uno e all’altro sesso in condizioni di eguaglianza. Questo principio è stato già interpretato dalla Corte nel senso che la diversità di sesso, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione legislativa, non può comportare, cioè, un trattamento diverso degli appartenenti all’uno o all’altro sesso davanti alla legge. Una norma che questo facesse violerebbe un principio fondamentale della Costituzione, quello posto dall’art. 3, del quale la norma dell’art. 51 è non soltanto una specificazione, ma anche una conferma” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 33/1960).

Tuttavia, per recepire tali prescrizioni si dovette attendere la L. n. 66/1963 composta di due articoli: di cui, il primo stabilì che “la donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge. L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei corpi speciali è regolato da leggi particolari”, mentre il secondo, abrogò legge  e regolamento del 1919/1920.

Fu così che si ebbero, per esempio, le prime 8 donne in magistratura, nel 1965.

Per concludere sul punto relativo all’articolo 51, 1°comma, ed alla sua relazione (specie/genere) col superiore articolo 3, 1°comma, nonché per semplificare il suesposto principio di Eguaglianza formale “violato … anche dal trattamento eguale di situazioni differenti” è utile rammentar la Sentenza n. 163/1993.

Con questo provvedimento, il Giudice delle Leggi ha rilevato l’illegittimità
costituzionale di una norma della Provincia autonoma di Trento del 1980, “nella parte in cui prevede, tra i requisiti per l’accesso alle carriere direttive e di concetto del ruolo tecnico del servizio antincendi della Provincia di Trento, il possesso di una statura fisica minima indifferenziata per uomini e donne” in quanto “l’adozione di un trattamento giuridico uniforme è causa di una “discriminazione indiretta” a sfavore delle persone di sesso femminile, poiché svantaggia queste ultime in modo proporzionalmente maggiore rispetto agli uomini, in considerazione di una differenza fisica
statisticamente riscontrabile e obiettivamente dipendente dal sesso” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 163/1993).

ARTICOLO 29, 2°CO. (RAPPORTI ETICO SOCIALI)

Le discriminazioni di genere ebbero tuttavia nel rapporto donna-uomo all’interno della famiglia il loro nucleo più coriaceo e duro da superare ed in questo ambito il principio di Eguaglianza formale (comma 1) faticò non poco ad affermarsi concretamente.

Occorrerà aspettare il 1968 per sentir dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 559 del Codice penale, 1° e 2° co., che prevedevano la responsabilità penale della moglie adultera e del suo correo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968); il 1969, per il 3°e 4° comma stesso articolo, che prevedevano il raddoppio della pena in caso di relazione adulterina e la punibilità a querela del marito (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 147/1969).

Con sentenza n. 64/1961, infatti, la Corte aveva dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 559, 1°co., C.p., in riferimento agli artt. 3 e 29 della Costituzione.

7 anni dopo, tuttavia, la Corte non dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 559, 1° e 2° co., in riferimento all’articolo 3, ma solo all’articolo 29, a testimonianza che il percorso evolutivo ancora non era giunto al culmine.

La sentenza è interessante per cogliere questo travaglio.

La Corte nelle proprie considerazioni di diritto (punto 4) diede conto del mutamento della coscienza collettiva intervenuto nel settennio affermando che “il principio che il marito possa violare impunemente l’obbligo della fedeltà coniugale, mentre la moglie debba essere punita – più o meno severamente – rimonta ai tempi remoti nei quali la donna, considerata perfino giuridicamente incapace e privata di molti diritti, si trovava in stato di soggezione alla potestà maritale. Da allora molto è mutato nella vita sociale: la donna ha acquistato pienezza di diritti e la sua partecipazione alla vita economica e sociale della famiglia e della intera collettività è diventata molto più intensa, fino a raggiungere piena parità con l’uomo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Tuttavia (punto 5) non ritenne appropriato il riferimento fatto dalle ordinanze di rimessione all’art. 3, poiché “la differenza di sesso è richiamata nel detto articolo con riferimento ai diritti e doveri dei cittadini nella vita sociale, e non anche con riferimento ai rapporti di famiglia (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

I rapporti fra coniugi sono disciplinati invece dall’art. 29 della Costituzione – prosegue la sentenza (punto 6) – che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, afferma l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi e dispone che questa eguaglianza possa subire limitazioni soltanto a garanzia dell’unità familiare. Nel sancire dunque sia l’eguaglianza fra coniugi, sia l’unità familiare, la Costituzione proclama la prevalenza dell’unità sul principio di eguaglianza, ma solo se e quando un trattamento di parità tra i coniugi la ponga in pericolo. Come è stato precisato nella precedente giurisprudenza di questa Corte, non vi è dubbio che, fra i limiti al principio di eguaglianza, siano da annoverare quelli che riguardano le esigenze di organizzazione della famiglia, e che, senza creare alcuna inferiorità a carico della moglie, fanno tuttora del marito, per taluni aspetti, il punto di convergenza dell’unità familiare, e della posizione della famiglia nella vita sociale. Ciò indubbiamente autorizza il legislatore ad adottare, a garanzia dell’unità familiare, talune misure di difesa contro influenze negative e disgregatrici (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Coerentemente con questa linea, che vedeva ancora il principio di eguaglianza formale soccombere dinanzi a quello dell’unità familiare, la Corte osservò la norma censurata con le lenti della garanzia dell’unità familiare – e non con quelle del principio di eguaglianza – ed attraverso queste valutò che non più giustificata la discriminazione sanzionata dalla norma impugnata.

Poiché “ alla stregua dell’attuale realtà sociale, la discriminazione, lungi dall’essere utile, è di grave nocumento alla concordia ed alla unità della famiglia”, la Corte ritenne pertanto che “ la discriminazione sancita dal primo comma dell’art. 559 C.p. non garantisca l’unità familiare, ma sia più che altro un privilegio assicurato al marito; e, come tutti i privilegi, violi il principio di parità” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Passando dal penale ad al civile, lo stesso giorno la Corte Costituzionale dichiarò anche l’illegittimità costituzionale dell’art. 151, 2°co., del codice civile – sempre in riferimento all’art. 29 – laddove veniva disposto che l’infedeltà della moglie è sempre causa di separazione, mentre quella del marito era priva di sanzione tranne il caso in cui l’infedeltà avesse il carattere di ingiuria grave alla moglie (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 127/1968).

                                     

                                             EGUAGLIANZA SOSTANZIALE

                                            SENZA DISTINZIONE DI SESSO

ARTICOLO 37, 1°CO. (RAPPORTI ECONOMICI)

Partendo sempre dal quadro precedentemente delineato circa il principio di eguaglianza sostanziale (comma 2), nell’ambito dei diritti sociali e dunque del lavoro, l’intervento principale della Corte Costituzionale è probabilmente quello avvenuto nel 1986, circa la legittimità costituzionale di alcune norme che prevedevano il conseguimento della pensione di vecchiaia al compimento del 55^ anno d’età anziché al 60^ anno come per l’uomo.

Malgrado in precedenza si fosse pronunciata in senso contrario (cfr. Corte
Costituzionale, Sentenza n. 123/1969), anche qui cogliendo “il fluire del tempo”, la Corte dichiarò l’illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 4, 35 e 37 Cost. (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

La Sentenza è importante poiché intanto precisò una serie di principi:

a) dopo aver delineato il contenuto dell’articolo 37 Cost., affermò il diritto della donna “a che le siano assicurate condizioni di lavoro tali che le consentono l’adempimento della “essenziale” sua funzione familiare ed un’adeguata protezione, affinché` possa svolgere, se del caso, in concorrenza dell’attività di lavoro, anche il compito di madre”;

b) che “la norma costituisce un’applicazione, nel settore del lavoro, del disposto più generale dell’art. 3”;

c) che “con i citati precetti costituzionali (artt. 37 e 3 Cost.) si è inteso riscattare la donna dal residuo stato di inferiorità sociale e giuridico che aveva rispetto all’uomo, facendole acquistare il diritto, garantito costituzionalmente, alla parità giuridica con l’uomo ed, in ispecie per la lavoratrice, alla parità giuridica con il lavoratore”;

d) che “siccome in concorrenza con l’attività di lavoro la donna può svolgere anche funzioni familiari ed in ispecie funzione di madre, lo stesso costituente ha disposto che il legislatore deve riconoscerle condizioni di lavoro tali che la pongono in grado di adempiere anche le dette funzioni, insieme con l’attività di lavoro”;

e) pertanto “nella legislazione regolatrice del rapporto di lavoro non mancano norme di protezione della donna lavoratrice madre e che stabiliscono particolari condizioni di lavoro (per es. in ordine al tipo di lavoro, all’orario di lavoro, alle sospensioni del rapporto in periodi di gravidanza, di puerperio ecc.) ed analoghe norme di protezione sono state emanate per la tutela della prole, ed ora anche a favore del coniuge lavoratore, per la parità di diritti e di doveri derivanti dal coniugio”.

La Sentenza è bella poi perché diede conto dei profondi mutamenti avvenuti nella società:

• l’emanazione dello Statuto dei lavoratori (L. n. 300 del 1970);

• la legge sulla tutela della maternità (L. 30 dicembre 1971 n. 1204), che ha portato, tra l’altro, il potenziamento dei servizi sociali (per es. asili nido e locali all’interno della fabbrica per la cura dei bambini delle lavoratrici madri ecc.);

• le leggi di riforma della scuola, che hanno potenziato la scuola materna attribuendole un ruolo più spiccatamente sociale (L. 18 marzo 1968 n. 444; d.P.R. 31 maggio 1974 n. 420; L. n. 349/74; D.L. n. 13/76);

• la legge di riforma del diritto di famiglia (L. 19 giugno 1975 n. 151), che ha, tra l’altro, sancito la parità tra coniugi;

• una più penetrante e diffusa tutela della salute in adempimento del precetto costituzionale (art. 32 Cost.);

• soprattutto, la parità uomo donna nel rapporto di lavoro (L. 9 dicembre 1977, n. 903).

Passando poi dall’avvento di nuove tecnologie alla evoluzione della giurisprudenza del lavoro, la Corte non poté non osservare come “questa evoluzione, per quanto riguarda la donna lavoratrice, ha inciso profondamente non solo sulle condizioni di lavoro che la riguardano in modo particolare ma anche sull’attitudine lavorativa” per giungere alla conclusione che “la gradualità dell’evoluzione della situazione, verificatasi specie nel periodo successivo alla precedente sentenza (n. 123 del 1969) e più prossimo alla nuova disciplina legislativa, fa ritenere che siano venute meno quelle ragioni e condizioni che prima potevano giustificare una differenza di trattamento della donna rispetto all’uomo. In particolare, rispetto all’età del conseguimento della pensione di vecchiaia e, quindi, alla disciplina del licenziamento fondata su detto evento” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

(Avv. Stefano Stefàno)

 

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